I CANTI DELLE PIETRE

Foto FRANCO FIENGA I canti delle pietre SIENA, Palazzo di San Galgano,Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea Facoltà di Lettere e Filosofia, via Roma 47 16 – 27 febbraio 2010, inaugurazione martedì 16 febbraio, ore 18,30 Comunicato Stampa Martedì 16 febbraio 2010, ore 18,30 nel chiostro del Palazzo di San Galgano, sede della Facoltà di Lettere e Filosofia, sarà inaugurata l’installazione realizzata dall’artista Franco Fienga, dal titolo I canti delle pietre. Si tratta della seconda mostra del nuovo ciclo della rassegna SANGALGANOSQUARE, curata da Massimo Bignardi e organizzata dalla Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea del corso di Laurea specialistica in Storia dell’Arte e patrocinata dal Comune di Siena, nell’ambito del programma promosso dall’assessore alla cultura Marcello Flores d’Arcais. “Un nuovo appuntamento – precisa il Prof. Roberto Venuti, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia –, che riapre l’esperienza ad un’installazione plastica che coinvolge lo spazio fisico del chiostro e, al tempo stesso, i sentieri del sapere che intrecciano più linguaggi. È questo l’obbiettivo al quale guardano le mostre ospitate a Palazzo di San Galgano, che si propongono come prove sul campo, cioè nel vivo del ‘fare arte’, nella pratica, tessendo i fili di generazioni diverse tra loro”. “Suggestioni mitiche – scrive Irene Sbrilli nella presentazione al catalogo – che producono sperimentazioni materiche, sono le parole chiave per introdurre il lavoro senese di Franco Fienga in cui, in linea con le sue ultime esperienze scultoree, combina con i metalli più o meno levigati altri materiali quali il gesso, la cera e addirittura la stoffa. Ne I canti delle pietre è evidente la riflessione costante di Fienga, diretta ad indagare sul rapporto tra forma e materia che lo interessava già alla fine degli anni Ottanta, quando le sue prime creazioni si muovevano da un registro formale di derivazione neodadaista e si mostravano come trasfigurazione della pittura in scultura, tramite bassorilievi costituiti da lamine metalliche ossidate, ospitanti intrecci di fili di ferro. Con la fine degli anni Novanta i lavori di Fienga raggiungono gradualmente strutture tridimensionali sempre con la volontà di indagare sulla contrapposizione materica e formale che continua nelle opere recenti in cui, sottolinea Massimo Bignardi, “il livello narrativo è affidato a forti salti, resi giustapponendo la materialità metallica della lastra di ferro grezzo, patinato dalla ruggine, ma anche dall’emulsione di acidi, oppure affidato all’effetto dell’acciaio Corten, alla speculare avvolgenza di superfici concave o di piani specchianti, resi da acciai cromati che interferiscono con la materia, la svuotano aprendo il varco all’interno di una spazialità molteplice”. I canti delle pietre è il titolo con il quale si vuole ricordare l’idea che ha condotto Fienga ad elaborare l’istallazione senese: la vicenda mitologica di Liside di Taranto, alunno prediletto di Pitagora che, sopravvissuto alla distruzione delle scuole pitagoriche , si rifugiò nella Locride e con alcuni suoi compagni dette vita ad un rituale della memoria, volto a fissare indelebilmente il pensiero dell’amato Maestro. La tradizione narra che Pitagora non scrisse nulla e tutti i suoi insegnamenti sono stati trasmessi tramite gli scritti dei suoi allievi, fra cui Liside a cui sono attribuiti i Versi Aurei: il testo che raccoglie nelle sue linee essenziali i precetti principali della morale pitagorica. Attraverso un percorso di iniziazione, Liside e i suoi compagni elaborano la sintesi sublime dei dettami pitagorici prima nelle loro menti e poi sulla nuda roccia: il cerimoniale finalizzato alla rievocazione della memoria che ha indotto l’artista alla creazione. […] Fienga nell’istallazione senese, attraverso un inedito colloquio tra elementi diversi, gioca sulla luce e sui colori, oltre che sul continuo dialogo forma-materia e si muove ancora “sul sottile filo dell’inganno – come dichiarava l’artista stesso qualche anno fa – che rende l’arte un corpo impalpabile, capace di tradurre le sensazioni, le emozioni” rappresentandole per mezzo di sculture. […]Fienga mostra il lato più scenografico della sua scultura ed è per questo motivo che utilizza le tecniche compositive e i materiali propri degli allestimenti scenici e l’impiego della tela, poco presente nei lavori del passato, gli permette di dare forma all’istallazione come fosse un palco teatrale, dove solo la presenza dei fruitori completa l’opera. I canti delle pietre permettono di creare un terreno di compartecipazione tra artista e fruitore, ciò non significa che l’idea da cui Fienga ha preso spunto per la sua creazione viene trasmessa al pubblico, piuttosto i segni e le forme istallate sulla parete si mostrano nella loro materialità a chi, attraversando lo spazio, vive e interpreta l’opera inconsapevolmente. I bassorilievi sono tracce lasciate da Fienga col fine di sobillare l’immaginazione del pubblico e di dialogare con l’architettura, richiamando alla memoria la storia del luogo. La tela e l’acciaio si confondono con le cornici marcapiano che scandiscono i livelli della struttura medievale e la successione di pieni e vuoti, prodotta dagli archi, scompare nella parete di fondo per lasciare spazio alla sovrapposizione del materiale specchiante sul tessuto nero. Il continuo gioco di contrapposti sottolinea la riflessione di Fienga sui materiali e sul ricordo: l’opacità del gesso rammenta il suo impiego antico in statue e calchi, il metallo e la stoffa che completano il paramento in laterizio e malta non limitano lo spazio, piuttosto favoriscono l’immaginazione. Il chiostro di San Galgano assume così un doppio valore simbolico in quanto centro della cultura classica, sede della Facoltà di Lettere e Filosofia, e residenza temporanea di un’istallazione che trae solo ispirazione da una storia antica per mostrare, attraverso un’elaborazione artistica tutta contemporanea, l’importanza della persistenza della memoria. L’istallazione I canti delle pietre si colloca in un percorso di continuità che lega passato e presente, trasmette l’energia propria della materia di cui è costituito e assorbe quella dell’ambiente culturale che lo ospita, il quale diviene spazio di contaminazione tra architettura e scultura”.