300 metri quadri che giocano su quattro livelli e in primis con i dogmi del white cube. Tanto bianco certo, ma non assoluto, e soprattutto un soffitto che è tutta una volta a scandire i nuovi spazi di Cerruti Arte. Spazi atti a ospitare esposizioni personali e collettive ma anche incontri, corsi e laboratori didattici. Perché questo è il futuro della nuova galleria d’arte contemporanea guidata da Edgardo Cerruti nel cuore del centro storico genovese. Uno spazio fluido e d’incontro dove la fruizione delle opere è “solo” il la di un discorso sull’arte. Ed eccola, l’arte: le danze si aprono a metà febbraio con una riflessione sulla scultura contemporanea a cura di Massimo Bignardi. E visto che la scultura nel ‘900 è seriamente allergica a confini e cliché ecco in mostra lavori dal piglio schiettamente installativo. Che siano marmo, metallo, terracotta, pixel, gommapiuma o trame di filo è lo spazio, ancora una volta, il ventre da cui scalpitare per nascere e allo stesso tempo fuggire. “Molteplicità della scultura” è quindi una dichiarazione di intenti perché unisce le ricerche di grandi maestri a quelli di più giovani ma altrettanto rigorosi artisti sul gioco della continuità e della consonanza. E questo, d’altronde, è lo spirito che anima la galleria, che accanto ad artisti storici come Arman, alfiere del Nouveau Réalisme, Salvo e Joe Tilson, lavora da tempo con Pablo Atchugarry, Mark Kostabi, Fathi Hassan, Maurizio Galimberti, Franco Fienga e PierPaolo Koss. E proprio questi ultimi due sono tra i protagonisti della mostra d’inaugurazione della galleria. Il primo con le sue sculture che contraddicono attributi classici della plastica quali peso e staticità con un duello di continui rimandi riflessi interstizi sull’orizzonte di un metallo sempre più permeabile allo spazio, in primis narrativo. L’altro, danzatore performer e coreografo, è PierPaolo Koss, certamente uno degli artisti più seducenti del panorama contemporaneo, che spaziando dall’incontro con la Body Art alla fondazione, nella Parigi anni ’80, della prima compagnia butoh con danzatori non solo giapponesi, fino ai lavori sul proprio corpo quale materia al nero per poi approdare alle Polisemie è presente in mostra con un’opera video. Insieme a loro il maestro Mauro Staccioli il cui nome evoca ancora il “muro” di sbarramento dei Giardini della Biennale di Venezia del ’78. Da allora con i suoi imponenti archi rovesciati retti in equilibrio da chissà quali alchimie ha costellato il nostro universo cui poi ha donato altri motori immobili: anelli, tondi, travi, ellissi che danno un corpo a quel vento su cui non solo si stagliano le nuvole. E, ancora, i lavori di Luigi Mainolfi a ricondurre a una potenza primigenia, a una forza tellurica, mentre insieme a Igino Legnaghi scopriamo le relazioni tra materia, tecnica (o meglio tecnologia) e forma nel cammino tra il ritorno all’ordine naturale e la volontà di rifondare quello stesso ordine. E se sguardo al mondo fenomenico e all’ordine classico non mancano con Nicola Salvatore e Gerardo di Fiore, con Pablo Atchugarry la carne per eccellenza della plastica, il marmo, torna a gridare. Mentre con Paolo Radi ecco altorilievi vestiti in pvc per una dialettica tra corpo e non corpo, ove luce e forma si reinventano nella tattilità della pittura e nello sguardo all’oggetto con buona pace del (concettuale) celato. Non ultime le tessiture ambientali di Emanuela Fiorelli capace di ridefinire coordinate spaziotemporali armata di fragili trame di filo. Ricami d’etere o vischiose trappole di ragno.