BINI A PALAZZO BIANCO

Foto Luca Mansueto: Col nome di Rue des Rois, Via dei Re, datole da Madame de Staël, va celebre nel mondo questa antica strada di Genova, forse la più bella fra le tante stupende che grandi geni tracciarono sul suolo italiano. La bellezza dei palazzi fiancheggianti Via Garibaldi, gli immensi patrimoni ivi racchiusi devono aver sempre suscitato stupore e ammirazione. Il nome ufficiale impostole il 21 aprile 1558 dai Padri del Comune fu quello di Strada Maggiore, perché la più larga di tutta Genova; ma nessuno così la chiamò, fu per tutti Strada Nuova ed è l’emblema dell’esplosione di Rinascimento del più alto livello, pieno di cultura e di fermenti romani. La suggestiva cornice di Palazzo Bianco è tra le sedi che ospitano le opere e le installazioni della quanta edizione “Rolli Contemporanei”, rassegna d’arte che traccia un ponte ideale tra la nostra contemporaneità con la configurazione architettonico-plastica del luogo, intriso di storia e memoria. L’opera che Paolo Bini ha ideato e realizzato per il cortile interno di Palazzo Bianco dichiara tutta la sua attualità; si dispone cioè alle pulsioni di emozioni fatti affiorare dalla trama dei bianchi, delle terre, sul fondo del buio della notte. Il palazzo di Luca Grimaldi passò verso il 1575 in proprietà di un omonimo Luca Grimaldi fu Francesco e dopo il 1658 ai De Franchi, ceduto dagli eredi nel 1711 a Maria Durazzo Brignole, loro principale creditrice, trasformato radicalmente da Prospero Viano. La denominazione “Bianco” nacque certamente dopo questa trasformazione, forse per distinguerlo dal Palazzo Rosso, prima dimora dei Brignole. La volontà di porre l’intervento nel chiostro, proprio sul basamento pavimentale interno in opus latericium a spina di pesce, implica l’imbattersi col senso della storia e della memoria. La superficie della tela ¬può raccogliere memorie e farsene tesoro in cui ricordi individuali e ricordi storici si intrecciano, ma ad una profondità intrisa di suggestioni ancestrali. Presente e storia non sono antitetiche, ma entrambe tematiche fondamentali nelle complessa dialettica della nostra realtà. Palazzo Bianco non è ‘contenitore’ per Bini entro cui collocare l’opera, ma elemento dell’atto comunicativo rivolto allo spettatore che ne partecipa emotivamente. La sua opera e il chiostro di Palazzo Bianco ci pongono nella dimensione di memoria e di ricordo, di percezione della luce e dello spazio che offre la materia, il suo corpo. La dimensione di memoria è il regno ove suggestioni e frammenti della realtà si riflettono secondo associazioni ed emotività, intrecciandosi a motivazioni storiche o ancestrali: il ricordo, in queste venti tele, è riproposizione della pittura al suo stato epidermico ed esistenziale, un luogo ove alla contingenza della realtà si sovrappone un nuovo sconfinamento del presente. È una pittura che tende verso la materia, con una volontà di traslare nel dettato del gesto pittorico l’azione scultorea della materia manipolandola con l’utilizzo di terre, sabbie e colori ad acqua. Elementi naturali questi che evidenziano una chiara identità, un legame antropologico, sottile e profondo, con la sfera solare mediterranea: ne risulta l’effetto visivo della penetrabilità e percorribilità della luce che scorre tra le fratture ed escrescenze. Una penetrabilità e percorribilità anche dell’individuo che può muoversi come un itinerario iniziatico attraverso il percorso delineato dall’artista. Egli offre l’immensa potenzialità della nostra coscienza che non è monolitica ma molteplice e mutabile, in fieri, in cui le sollecitazioni della realtà penetrano al suo interno creando, nella dimensione di memoria, racconti. Nell’opera di Bini ci imbattiamo nella duplicità e intreccio del ‘ricordo’ e della ‘realtà’ individuale e storica, realtà, quella di Palazzo Bianco e del chiostro, che porta i segni del suo passato e del presente. Tre tempi di luce accompagnano il nostro sguardo: “Night light” che ci viene incontro appena varcata la soglia del colonnato, quasi a rincuorarci per il sogno appena lasciato, il mondo; “Land light/Green light”; “White light” quando lo sguardo scivola sui siderali bianchi. Ci troviamo, così, a dover riflettere sia sulla nostra condizione esistenziale soggettiva, che la coscienza suggerisce, sia sulla condizione esistenziale del luogo storico, sedimentato, colpito dai segni degli eventi per poi rinascere, così come la coscienza si rigenera e si ripropone nell’esperienza dell’arte. Massimo Bignardi: Lo spostamento dalla pittura, dall’idea di superficie che essa evoca a tangibile affermazione della materia pronta a rinnovare la gamma dei valori plastici, si è fatto pressante nell’esperienza di Paolo Bini. Uno scatto in avanti per andare oltre l’effetto tattile della pittura che, fino a qualche tempo fa, il giovane artista ha esibito negli spessori concessi da carte, da grumi di pigmento, da materie incastrate nei piani di colore. Il tentativo non è dare spessore di concreta materia all’immagine, quanto di tessere una relazione tra lo spazio e la percezione fisica che si ha di esso, così come si evince dall’opera qui proposta, immaginata come un’installazione di più tele, autonome tra loro ma che concorrono allo sviluppo di un luogo seguendo l’articolazione dei piani – verticali ed orizzontali – dell’architettura di Palazzo Bianco. La sua è una scelta che lo porta a staccarsi dal cosmo d’immagini nel quale vive l’uomo della società contemporanea, fatto essenzialmente di materia trasparente, di figure che appaiono e scivolano sui monitor, sui piccoli schermi domestici, rettangoli pronti ad isolare o celebrare un tempo infinitesimo che muore davanti ai mostri occhi. È in questo spazio ove, pur troppo, immergiamo i gesti, modelliamo con lo sguardo i perimetri e i piani, vale a dire misuriamo le prospettive tracciate dai nostri movimenti. Per Bini, invece, la trasparenza gioca un ruolo diverso, perché legata ad un registro percettivo che rinunzia senza esitazione all’interferenza di altri media: sembra, anzi, voler accogliere le avvertenze di Wittgenstein, secondo il quale “la trasparenza e la riflessione esistono soltanto nella dimensione della profondità di un’immagine visiva”. Paolo insiste sulla profondità, sul desiderio di richiamare l’essenza di uno spazio: è quanto accade nello spessore della materia, ora cristallizzata dalle velature di resine acriliche, ora sottoposta alla geometria del quadrilatero, del chiostro interno di Palazzo Bianco, uno spazio rimarcato sui lati da colonne che scandiscono i tempi del chiaro scuro, in pratica tra interno ed esterno. Il richiamo a cifre preesistenti del suo giovane dettato pittorico, penso alla gestualità che sostiene larghi e sommari segni sospesi in superficie, è da leggersi quale necessità di non sottostare alla seduzione di quest’ultima; anzi di dissestare la sua uniformità strutturale, non attraverso la craquellure o altre memorie dell’Informale italiano, quando forzando sull’effetto di luce che accentua la trasparenza, mettendo in gioco il valore della luce, la sua funzione di medium che svela la materia, rendendola trasparente, filtrandola dall’opacità della realtà per farla immagine visiva. Bini lavora, dunque, sul binomio luce-superficie servendosi di una strategia per fissare – avrebbe detto Brodskij a proposito della pratica usata dai poeti – il suo stato d’animo “in un determinato momento”: gli squarci circolari di un infinito cosmo, impenetrabile e luminoso, gli suggeriscono una rinnovata visione della realtà e al tempo stesso gli ricordano la sua stessa situazione nel mondo, misurando “il rapporto – così conclude Brodskij – tra il suo corpo e lo spazio”. Rapporto che implica un tempo che per l’artista resta ancora l’intervallo lungo tra la notte e la luce allo zenit, tradotto ora nel passaggio astrale tra due tempi della luminosità celeste. Night light, è la fascia di opere dedicate alla notte, al tempo lungo dell’attesa che l’artista ha misurato dall’equinozio di primavera (qualche giorno prima del 21 di marzo, in base alle precessioni degli equinozi). Nero luminoso, non scheggiato dalle stelle, tanto meno dai riflessi della pittura; nero del silenzio e dell’attesa. Land light/Green light. La parte mediana dell’installazione pittorica; terra luce che richiama la natura, il suo verde sentimento della rigenerazione, della fresca atmosfera che alita sulla nostra coscienza. Ma anche terre di ruggine, di ferro, di una forza ancestrale e primigenia. White light, è la percezione più estrema, posta lontano dalla soglia dalla quale il nostro sguardo muove. Luce intensa, bianca e prolungata, propria del solstizio d’estate (21 giugno), quando nell’emisfero Nord la durata del giorno è massima. Paolo ha scelto nella pittura un luogo dell’incontro tra la notte e il giorno; ha collocato, nella mezzeria dell’arco temporale che corre dall’equinozio di primavera al solstizio d’estate, un corpo del simbolico.

Dal 08/05/2010 al 09/05/2010 
(orario) 9.00-19.00 
Vernissage: 08/05/2010 alle ore 9.00. 
   
Vernissage